Chi scorda quel bacio

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Gallipoli. «Ho dovuto ammalarmi per avere il primo bacio!». Alla faccia incuriosita del cronista risponde: «Ero a letto e mia madre si era allontanata per predermi un bicchiere d’acqua…». Quella emozione è stata tale che è durata cent’anni ed ora riaffiora davanti ad un compleanno che forse non pensava di festeggiare. Albina Corciulo l’ha trascorso nell’istituto delle suore degli Angeli che la ospita.

Albina Corciulo con una suora dell’ Istituto degli Angeli

Sembra quasi che il suo tempo, così lungo, si sia fermato a quell’istante di grande amore. Di quei tempi, s’intende. Lei ci tiene a sottolinearlo, con occhi vivaci dalle pupille imbiancate, quando si arriva a parlare dei suoi due  matrimoni durati pochissimo. Dice poco del secondo. è la perdita del primo ad averla segnata, il suo dolore più grande. I ricordi si accendono e il racconto diventa più caldo, dopo i primi tentennamenti a causa di un istintivo riserbo. Un fidanzamento durato 13 anni poi la morte precoce, a causa di complicazioni post-operatorie, dopo soli quattro anni di matrimonio.

Fidanzamento come si intendeva allora, ovviamente. «Il ragazzo ti vedeva in piazza e ti sceglieva, poi c’era la proposta; se ti piaceva e i genitori erano d’accordo eri fidanzata», racconta divertita. Ma non è che dopo cambiava molto, tutt’altro. Per mesi ci si vedeva solo fuori l’uscio di casa, un saluto e qualche sguardo veloce, poi iniziavano gli incontri ma sempre in presenza di altri familiari. «Ci sedevamo in cerchio e lui non poteva neanche appoggiare la mano sulla mia spalla», prosegue Albina, mentre le viene in mente lo sguardo severo e vigile di suo padre. Deve essere stata una donna fiera e rigorosa pure lei, in un mondo diverso e ormai lontano, scandito dal ritmo del lavoro col tabacco, figlia di un pescatore e di una casalinga, prima di sei sorelle, due delle quali morte da piccole.

«Ho sempre lavorato», ripete, come se nella sua vita non ci fosse poi tanto da raccontare.  Della mamma sì, ne parla volentieri, di “una donna buona e davvero educata, non come quelle di adesso” e dei pranzi modesti con pane e legumi: «Ci si doveva accontentare, quello c’era… Solo d’estate la mamma poteva cucinare qualcosa in più, grazie al lavoro extra del padre in uno stabilimento di  vino». Poi era toccato a lei andare ad accoppiare  foglie di tabacco nella storica fabbrica che c’era una volta su corso Italia. Ma lavorava anche col filo di Vienna, come le aveva insegnato una zia: «Impagliavo sedie per un negozio, me le portavano a casa e poi se le riprendevano». Davvero una vita molto “comune”, dopo quel primo bacio col batticuore.

RdB

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