Caso Ivan Ciullo e un suicidio contestato: ora c’è un’inchiesta anche a carico di un magistrato

Acquarica del Capo – Si arricchisce di un altro capitolo il mistero sulla morte di Ivan Ciullo, in arte Ivan Navi (foto), il 34enne trovato impiccato la mattina del 22 giugno 2015 ad un albero di ulivo nelle campagne di Acquarica del Capo.  La Procura del  Tribunale di Potenza, infatti, sta indagando per omissione d’atti d’ufficio sull’operato del sostituto procuratore Carmen Ruggiero, titolare dell’inchiesta sul dj salentino presso il Tribunale di Lecce.

Alla tesi del suicidio i genitori di Ivan non hanno mai creduto, tanto da opporsi per due volte alla richiesta di archiviazione e arrivando a denunciare la pm per una serie di presunte omissioni tali, a loro avviso, da impedire ad oggi di arrivare alla verità. Va detto che un primo tentativo di archiviare il caso era stato compiuto ad appena un mese dalla morte, lasciando dubbi nei diretti interessati sull’effettivo svolgimento delle indagini. Sulla vicenda, il padre e la madre di Ivan Ciullo sono stati ascoltati nei giorni scorsi a Potenza dagli investigatori della locale polizia giudiziaria.

A più di tre anni dalla sua morte, nessuno sembra sapere esattamente cosa sia successo. Ivan era un giovane pieno di vita e di interessi. Cantautore, dj, speaker radiofonico, produttore musicale, fonico, una grande passione per la scrittura, il legame fortissimo con mamma Rita e papà Sergio ed infine una nuova relazione sentimentale: nessun motivo apparente per togliersi la vita. Eppure, fin dall’inizio, il caso è stato liquidato come suicidio, sulla base del ritrovamento accanto al corpo di una lettera di addio ai genitori. Lettera scritta al computer, le cui uniche parole autografe – nell’intestazione della busta, “Per mamma e Sergio” – non presentano la scrittura di Ivan, così come ha dichiarato un perito di parte, ma in via informale, perché la pm non ha ritenuto di autorizzare la perizia calligrafica sull’originale della busta.

E molti sono i dubbi che restano circa l’autopsia mai effettuata, la distruzione dei vestiti, la strana posizione del corpo e i segni rinvenuti non riconducibili a morte per impiccagione, la mancata acquisizione dei filmati delle tante videocamere di sorveglianza e dei tabulati telefonici (richiesti dal sostituto procuratore alle compagnie telefoniche fuori dal tempo massimo di 24 mesi consentito per legge). Nel frattempo che il Tribunale di Potenza porti avanti le indagini circa l’operato della pm di Lecce, la famiglia attende le decisioni del giudice per le indagini preliminari (gip) circa la seconda richiesta di archiviazione del caso.

 

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