Cantare il dialetto e il suo mondo con grande stile

Mino De Santis, l'ultimo lavoro si intitola "Scarcagnizzu"

Simu Salentini. Il successo meritato della pizzica che viene considerata ormai la colonna sonora di tutte le cartoline del Salento e viene conosciuta e ballata dappertutto, ha messo un po’ in ombra la produzione della canzone popolare dialettale leccese e salentina. Negli ultimi tempi, però, prima sommessamente, poi accompagnata da un consenso sempre crescente è venuta fuori la voce e la produzione di Mino De Santis, di Tuglie.

Il successo del suo “Scarcagnizzu” oltre ad essere una testimonianza della qualità di un approccio singolare al dialetto, si pone come un punto fermo nel percorso della canzone popolare salentina. D’ora in avanti chi si accingerà a scriverne la storia dovrà fare i conti con lui e con la sua produzione.

E non è  questione di una voce che al primo impatto ti costringe a “sentire” non solo con le orecchie, è quella fusione inscindibile e necessaria tra musica e testo che si scambiano dignità non prevalendo l’una sull’altro. Se poi uno coglie  le contaminazioni  musicali con De Andrè, Paolo Conte e Capossela, intervengono subito i temi dei testi a richiamare l’attenzione e a far drizzare le antenne. Nei suoi testi il dialetto acquista  tutta la  forza descrittiva a volte di situazioni e realtà passate, ma che sono metafore del presente.

Non c’è nostalgia, né rimpianto del passato e delle sue tradizioni. La denuncia, che non è un tema molto frequentato dalla canzone salentina, si carica in lui di ironia che è tanto più feroce quanto più viene espressa con leggerezza. Ma appunto per questo colpisce di più.

Nel suo canto anche alcuni toni  duri della lingua  diventano dolci e il dialetto, che non è quello di un singolo paese ma è quello generalmente  salentino, si apre facilmente il varco alla comprensione anche di chi non è di queste parti. D’altronde non ascoltiamo con piacere il genovese di De Andrè?

Va ascritto anche un altro merito alle canzoni di De Santis: il superamento di quello che è ormai un luogo comune cioè che la canzone dialettale sia espressione  delle classi subalterne. È stato in passato così, ma adesso non più, lo era soprattutto per tutta quella produzione spontanea che nasceva e si rinnovava a seconda delle occasioni: nascite, innamoramenti, morti, ecc.

La musica popolare in vernacolo, infatti,  e non solo quella salentina è legata alle culture regionali e sub regionali, espressione di quella società agricola che allo stato “originale” in realtà è rimasta soltanto in pochissimi casi. Il processo di industrializzazione da una parte e dall’altra una non accettazione e difesa delle proprie origini hanno tenuto ai margini tutta una produzione musicale spontanea. Per fortuna le tracce non si sono perse  e negli ultimi decenni il recupero delle tradizioni popolari, tra cui quella musicale occupa un posto importante, ha permesso di definire un quadro completo dei generi.

È una produzione variegata che comprende ninne nanne e canti funebri, serenate e mattinate, storie e leggende in musica mille volte rinnovate dalla fantasia e dalla sapienza di chi le cantava. Una caratteristica infatti di questa produzione è l’improvvisazione per cui i testi sono soggetti ad un continuo e diversificato ri-uso. Di alcuni canti, per esempio, rimane solo l’idea originale, il nucleo che viene poi ripreso e adattato alle circostanze e ai tempi diversi. Si tratta di una produzione tramandata oralmente di cui non si conoscono gli autori perché il ruolo più importante era di chi cantava e adattava i testi.

Accanto alla  tradizione più schiettamente popolare c’è la canzone d’autore leccese la cui nascita ha una data, il 1921, un cantante, Tito Schipa, una canzone “Quandu te llai la facce la matina”  che insieme a “Arcu te Pratu” è diventata l’inno della cosiddetta leccesità. Ma non si può dire che la canzone portata in tutto il mondo da Schipa abbia origine salentine perché si sa con certezza che non c’è regione italiana in cui una Nina, Ninetta o Rosa o Maria non venga invitata a non buttare l’acqua con cui si lava al mattino.

Ora c’è”Salentu”di De Santis, una nuova “cartolina”. C’è sempre il sole, il mare, il vento, ma c’è altro, tanto altro.

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