Calzolaio per più di 70 anni

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Antonio Rugieri nella sua bottega

Matino. E’ fermo lì, seduto su una sedia sul ciglio della strada di via Marconi al civico 7. Alle sue spalle una tenda bianca e verde nasconde il suo laboratorio, 2 metri per 3 circa, era una stanza della casa dei suoi genitori. Sulla facciata esterna nessuna insegna indica che lui è un calzolaio.

Prima, chi voleva la sua maestranza, sapeva perfettamente dove trovarlo. Antonio Rugieri classe 1933, fa il calzolaio da oltre 70 anni. Ha fatto le scarpe a matinesi e non, a vivi, a morti e anche a cavalli, nonché borse per carpentieri.  All’età di 9 anni fu mandato dai suoi genitori a imparare il mestiere. «Chi aveva un mestiere aveva il pane assicurato – afferma – io ho imparato a fare le scarpe».

Ha fatto prima pratica in due laboratori dove ha rubato il mestiere con gli occhi «Perché – continua a raccontare – non te lo insegnavano subito». Poi all’età di 18 anni ha aperto la sua bottega.  Alcuni vecchi strumenti di lavoro ce li ha ancora appesi ai chiodi. Così, esposti sul muro bianco si possono ammirare una forbice per i buchi, un imbrunito per rifinire e altri arnesi.

Sotto uno scaffale alla sua destra una seria di forme di piede in legno, dal 25 al 45. Sotto la pianta innumerevoli buchi di chiodi tracciano rapidamente la storia delle migliaia di scarpe fatte e, insieme alle tarme  sono la prova tangibile del tempo che è passato. Delle scatoline impolverate di cartone contenti dei chiodi, avanzi di grandi ordini fatti in passato, pubblicizzano “Marca Stivale Depositata. Semenza per calzolai in filo di acciaio dolcissimo”. Al centro del laboratorio il suo banco da lavoro: «Era un tavolo di mia madre che lo prese quando si sposò» – afferma con orgoglio.

Le prime scarpe che ha fatto sono state un paio di sandali per i suoi stessi piedi. Una misura 46, è, invece, la scarpa più lunga che ha mai realizzato. Le scarpe erano una necessità e duravano due o tre anni. «Non come adesso, che dopo una stagione si buttano» aggiunge.

S’impiegava una giornata per produrne un paio, ne venivano commissionate fino a cinque paia a settimana e non tutti potevano permettersele. Costavano, infatti, circa 3mila e 500lire. Del ricavato, la metà era il guadagno di Antonio con l’altra metà si coprivano le spese. Oltre al materiale, infatti, Antonio e gli altri calzolai si servivano dell’aiuto di alcune donne che di mestiere facevano le rivettatrici. A Matino se ne contavano solo tre. Il loro compito era quello di assemblare, cucendoli a macchina, i pezzi che compongono la parte superiore delle scarpe, le tomaie.

C’era una vivace concorrenza in paese tra quella trentina di  calzolai di allora. Ricordando quei tempi Antonio sorride: «C’era sempre una certa invidia. Io, vedendo una scarpa, sapevo esattamente chi l’aveva fatta».

                                        SM

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