Aradeo fa festa a tavola con la “Sagra Taraddota”: nelle piazze musica e cucina tradizionale

Aradeo – Prosegue sino a martedì 21 agosto la nona edizione della “Sagra Taraddota – Aradeo a tavola: profumi e sapori della cucina tradizionale aradeina”. Si tratta di una vera e propria festa popolare notevolmente cresciuta nel corso degli anni con un mix di cultura, musica ed ottima cucina, che ha sempre mantenuto intatti i sapori della migliore tradizione locale senza mai cedere alla tentazione delle “moderne contaminazioni”. Tutto è molto genuino ed i piatti, un tempo tipici di una cucina “povera”, sono diventati delle vere e proprie “tentazioni del palato” apprezzate da tutti. La “Taraddota” offre l’occasione ai visitatori di gustare, tra l’altro, pitte di patate, ‘mpille, pasta fatta in casa condita con pomodoro fresco, basilico e formaggio ricotta, punte di cicorie con la carne, polpette fritte e al sugo, panzerotti e coculeddhre, verdure grigliate, fritture di pesce, pittule bianche ed alla pizzaiola, pezzetti di carne alla pignata, arrosti di carne alla brace delle migliori macellerie del paese, frutta, dolci tradizionali come le zeppole ed il pasticciotto leccese e l’immancabile gelato spumone. Il tutto “innaffiato” con genuino vino locale.

Il programma della tre giorni Ad allietare le tre serate sono canti di pizzica e musica popolare. Domenica 19 si sono esibiti “I Calanti” (di Ugento) mentre lunedì 20 spazio alla “Compagnia Ariacorte” e martedì 21 gran finale con “Gruppo Folk 2000” e “I Scianari”. La sagra si svolge nel centro storico a ridosso dell’antica chiesa dell’Annunziata dove si possono ammirare pregevolissime statue in cartapesta ed il magnifico altare barocco del 1570. Più avanti, attraverso via Annunziata, si giunge a piazzetta Grassi che attrae subito per l’obelisco di San Giovanni Battista, eretto nel 1658 dal “governatore” olivetano del paese Fra’ Giovanni che restaurò ed ampliò l’attiguo palazzo baronale, dove risiedette per circa un ventennio. La colonna assicurava immunità e salvezza a chiunque riusciva ad aggrapparsi, pena una “maledizione ed un castigo divino” per chi non rispettava la sua sacralità.

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