Con l’ultimo saluto popolare se ne va Mesciu Ucciu

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Casarano. Hanno voluto esserci tutti, in particolare tutti quelli che “Mesciu Ucciu” avrebbe voluto più vicini, quelli del popolo, non importa se avevano fatto parte o meno di coloro – una vastissima irripetibile schiera – che erano stati coinvolti dalle sue iniziative imprenditoriali.

Poi ci sono stati tutti gli altri, ovviamente, quelli che ci sono perché devono esserci, per non stare dietro ad altri più pronti e più lesti nel mettersi in mostra. Questi ultimi Antonio Filograna li aveva tenuti sempre un po’ lontano, con quella diffidenza tipica delle persone concrete che mal sopportano chi si nutre e vuol nutrire gli altri di parole, spesso senza conseguenze.

Aveva capito molto bene che toccava a lui ed a lui soltanto fare ciò che occorreva per la fabbrica, gli operai, il benessere di quanta più gente possibile. Nell’area dei soggetti dei quali “non fidarsi è meglio”, anche per questa sua visione di padrone-padre ci erano finiti pure i sindacati. Voleva pensarci lui a tremila e passa dipendenti, nel momento del massimo splendore della Filanto, primo calzaturificio in Europa per dimensioni; sapeva lui di cosa avevano bisogno; riguardo agli stipendi, anche quelli erano di livello europeo e motivo di orgoglio, per lui che si sentiva ed era il numero uno. Guai a metterlo in discussione.

Con “Quotidiano”, molte estati fa, feci un servizio su di un giovane rampante del settore, sempre di Casarano, Antonio De Rocco: spigliato, moderno, rampante e, soprattutto, il primo nella storia delle scarpe a dialogare col sindacato. Il cielo si aprì il giorno dopo con una telefonata rovente di Filograna al mio direttore. Si concordò un’intervista a Mesciu Ucciu che mi ricevette nella hall dell’appena acquisito “Costa Brada” di Gallipoli. Più che parlare dell’antagonista, parlò di se stesso: un appassionato fiume in piena, che rimarcava le sue uniche ed inesauiribili spalle larghe (con tanto di pacche che si dava a sottolineare il concetto), incurante dei visi perplessi dei vancanzieri. Quando glielo feci notare tirò dritto: «Questi polentoni! Se ne possono pure andare che Antonio Filograna non ha bisogno di loro! Non ha bisogno di nessuno!». Diceva, gridando, la verità vera fino a quel momento

Non aveva previsto la globalizzazzione, la concorrenza planetaria, la crisi (parola sempre evitata, invano), la cassa integrazione con l’ok dei sindacati. E la sofferenza, vera, onesta, di chi deve mandare via la gente, ridurre la fabbrica, non capirci più tanto del nuovo mondo. Così la virtuosa parabola avviata con lui, si è esaurita con lui, drammatica raffigurazione del legame tra l’uomo e il suo lavoro.

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