Facimu toccu “Tirittuppiti tocca a te”

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GIOCHI DI BAMBINI E DI ADULTI- Abbastanza controversa l’interpretazione del quadro “Giochi di fanciulli” di Peter Bruegel il vecchio (1525-1569). A divertirsi, infatti, in modo abbastanza confuso (ma c’è chi ha contato ben 80 raffi gurazioni tra giochi e passatempi) ci sono anche i grandi. I giochi sono quelli che la tradizione ci ha trasmesso: si fanno ruotare i cerchi delle botti, si lanciano palle e bocce; qualcuno usa i trampoli, altri saltano a cavalcioni l’uno sull’altro, la cavallina, chiamato nel Salento in vari modi ma comunemente “Sciummu”. Un quadro che dimostra, al di là delle interpretazioni, come nell’attività ludica ci sia qualcosa di universale ed eterno.

Simu Salentini. A un bambino che smanetta già a quattro anni su una tastiera di computer, che  sa tutto dei personaggi dei cartoni animati, che conosce tutte le novità in campo dei giochi elettronici, il quadro “Giochi di fanciulli” di Peter Bruegel non direbbe assolutamente niente, anzi sarebbe addirittura incomprensibile.

Che fanno quei bambini che saltano sul dorso di uno piegato in avanti, che fanno quagli adulti che spingono un cerchio, che divertimento c’è a cavalcare una botte? Giochi di un altro pianeta, ormai dimenticati nella memoria solo dei nonni e di qualche cultore delle tradizioni popolari antiche.

Sono i giochi che si facevano per strada, utilizzando quello che si aveva a disposizione: i bambini si costruivano archi e frecce, carrette e ruote, strumenti musicali con le canne, con i pettini e la carta velina; le bambine realizzavano bambole di pezza con pochi ritagli di stoffa, con le ciocche di lana di pecora che diventavano capelli biondi e che servivano per dare consistenza al corpo tutto d’un pezzo, praticamente un sacchetto imbottito. Altro che Barbie con seno, fianchi, vitino da vespa e un vestito per ogni occasione.

Come nel quadro di Bruegel    era la piazza o la strada il posto privilegiato dei giochi. Spazi ampi in cui la fantasia si sfrenava; diventavano una prateria su cui cavalcare cavalli-manici di scopa, su cui rincorrersi quando si giocava a “Liberitutti”, conosciuto anche come “Trentuno”, facile base per disegnare i vari tipi della “Campana” e cimentarsi  con il tiro alla fune o delle monete sui muri.

Col passare degli anni lo spazio è andato via via restringendosi, né piazze nè strade, fino a diventare lo schermo di un computer.
Non vedevano l’ora i bambini  di finire i compiti e di incontrare gi amici e organizzare i giochi. La maggior parte di essi aveva inizio con la conta, “u toccu” o “tueccu”, accompagnata da filastrocche, a volte senza senso: “Pizzu pizzellu/culure sì bellu/culure sì finu/de S. Martinu/Nu sciucare cu fiju de rre/tirittuppiti tocca a te”

O ancora: “Sotta la preula penne l’uva/va lu jentu e la cotulà/zafarì, zafarà/ Pipe cannella carrufulà” O in lingua italiana quando ci si vergognava del dialetto: “Angliglos della lincia la lancia/quanti fiori ci sono in Francia/donna Catarì, donna Giuseppì/, tagliatemi le trecce/non voglio più bellezze/mi voglio maritar”. E dopo “u toccu”, via ai vari giochi. Alcuni lasciavano il “segno” sul terreno, (per questo veniva utilizzato da più squadre e per più giorni) come quello famosissimo della “Campana” con cui si esercitava la capacità di mantenersi in equilibrio perfetto saltando su una gamba rispettando i limiti imposti dal disegno.

Si tornava indietro se si toccavano i segni tracciati col gesso o col carbone. Ad ogni passaggio, saltare su una gamba all’interno delle “case”, diventava sempre più difficile. Si arrivava alla fine al giro con gli occhi bendati “Amen”? chiedeva posizionandosi sulla casella il bambino con gli occhi bendati e quindi nell’impossibilità di vedere se aveva toccato la linea.

“Salame” rispondevano gli altri se le norme erano state rispettate, o “Salamune” se la linea era stata sfiorata. E tra un “Salame” e un “Salamune” scorrevano gli afosi pomeriggi d’estate o le sere interminabili mentre gli adulti passavano il tempo schiacciando i semi di melone seduti davanti alla porta di casa. Non c’era ancora il televisore a trattenere le famiglie in casa.
Altri tempi altri giochi.

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