All’ultimo “Caffè in Piazza” un sorso di drammi e di sogni

Un “Caffè” immerso nella mestizia del 27 gennaio, Giornata della memoria per tutte le minoranze straziate dal nazifascismo, dagli ebrei in primo luogo agli zingari, agli omosessuali, ai comunisti ed a tutti gli oppositori politici del regime totalitario. Per ognuno di loro c’era un triangolo di diverso colore e infine la soppressione fisica.
è cominciato con Andrea Cavalera, giovanissimo filmaker di Gallipoli alle prese con il suo ultimo cortometraggio (15′) “Veronica”, un giallo che sarà pronto a maggio per poter partecipare ai festival del genere e le cui riprese sono state costellate da strani episodi, tra cui ripetuti malesseri del personaggio protagonista sempre in prossimità delle scene da girare o un equivoco assai difficile da spiegare durante un controllo di polizia (una busta piena di contenitori di superalcolici necessari per un episodio del film). Il consigliere comunale (minoranza) Danilo Scorrano di Sannicola ha, tra l’altro, chiarito un “probabile equivoco”  circa due progetti in corso e di cui “Piazzasalento” si è interessata, quello delle opere antiallagamento (con impresa fallita e la ripresa dei lavori con altra ditta) e quello analago il cui progetto preliminare, elaborato sotto la precedente Amministrazione di cui Scorrano faceva parte, rifatto in parte con conseguente scontro tra nuovi e vecchi tecnici.

Poi il bandolo dei pensieri, alla presenza di Stefano Cortese di Melissano, Luigi Mighali di Tuglie, e Nadia Marra di Gallipoli, è stato tacitamente consegnato ad un gruppo di ritorno da Auschwitz e Birkenau, organizzato anche quest’anno dall’Associazione “Terra del fuoco Mediterranea” di Paolo Paticchio. Con lui, le educatrici Giorgia Abatelillo di Taviano ed Eleonora Tricarico di Gallipoli, gli studenti (dei 750 delle Superiori di Puglia che vi hanno preso parte, col sostegno della Regione) Matteo Piro di Gallipoli, Andrea Gatto di Galatone.

«Com’è andata la vacanza?»: la provocazione palese non li sorprende. Raccontano, in un intreccio di voci impregnate di umanità, la preparazione al viaggio, con tappa alla Risiera di San Saba, poi a Cracovia nei luoghi quotidiani trasformati da un giorno all’altro dal nazismo come il ghetto ebraico; la fabbrica di Schindler oggi museo, fino ai campi di sterminio. «Altro che vacanza – ribatte Giorgia – tanta fatica fisica, psicologica, emotiva». Sì, tanti i film, i documentari visti, ma “dal vivo è tutt’altra cosa”: «Magari, finché non superi il cancello in ferro ancora scherzi, fai battute, – prosegue Matteo – poi una volta dentro ti pietrifichi, e vedi da lì  la distesa di neve con occhi diversi, il silenzio pesante, i capannoni intatti e quelli semidistrutti…». «All’inizio del percorso di preparazione – dice Eleonora – alcuni sono increduli, dopo quella visita te li ritrovi sconvolti: dopo si metabolizza, dopo, anche per noi». E la condivisione nel gruppo (50 persone e due educatrici volontarie) continua una volta tornati all’ostello, la sera a discutere, e poi anche a casa: una ragazza che era sembrata indifferente davanti a tutto, una volta a scuola alle domande dei compagni, si è messa a piangere. Ma perché continuare in questi viaggi? Per risvegliare coscienze? «Magari per farle nascere», rispondono, convinti che “se non ci si accorge per tempo, tutto può succedere di nuovo, se non si presta attenzione alle zone grigie di ieri e di oggi”.

Intanto, non si dimentica: «Nella galleria delle foto di Auschwitz ognuno di noi sceglieva un nome e se lo scriveva su di un pezzo di stoffa; una volta a Birkenau, ognuno di noi lo diceva ad alta voce e aggiungeva “io ti ricordo”, prima di mettere una candelina sui binari», racconta Andrea. Una pietruzza per inceppare per un attimo quel mostruoso “meccanismo di spersonalizzazione”.

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