Un pezzo di Betleem lì sulla collina

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Per la sesta volta si rinnova l'accuratissima ambientazione della Natività, immersa nei costumi di un tempo

Alliste. Scalare una collina e affrontare una salita impervia può essere piacevole. Soprattutto se fatto con lo spirito giusto (come quello natalizio) e se la collina è quella di Alliste, sulla strada per la marina di Capilungo, dove una ventina di volontari dell’associazione “Insieme per il presepe”, da ben sei edizioni, curano l’allestimento vivente della Natività (visitabile il 25 e 26 dicembre, l’1 e il 6 gennaio dalle 18 alle 22) e la valorizzazione di quello rupestre, esteso per tre ettari e più “vecchio” di 24 anni.

Le luci natalizie che si accenderanno tra qualche giorno, infatti, metteranno sotto gli occhi di tutti la bellezza naturale del paesaggio, e soprattutto di quei “gioielli” della macchia mediterranea (ulivi secolari, alberi di pino, piante di ficodindia e mirto selvatico) che già brillano di luce propria.

Allo stesso modo, gli oltre cento personaggi in costume d’epoca che andranno a “popolare” la collina, saranno solo un valore aggiunto a quelle statue di gesso (realizzate da Luigi Sicuro, un artista locale) che, da oltre trent’anni, danno un tocco di “bianco Natale”, effetto fiabesco che non può essere creato dalla neve, qui abbastanza rara.

Ecco, la magia sta per compiersi. La collina si animerà, dunque, di suoni, luci e colori. Alla folla di visitatori (l’anno scorso sono stati circa 10mila, dicono gli organizzatori) il compito di rendere il presepe ancora più “vivente”. Succederà non appena oltrepasseranno quel maestoso arco d’ingresso che dà il benvenuto nella piccola Betlemme e fa compiere un salto nel tempo di oltre duemila anni. Comincia, così, il percorso, delimitato da muretti a secco e staccionate in legno, che conduce tra le varie casette e i loro abitanti, alla scoperta di quegli spaccati di vita quotidiana che i più grandi hanno forse dimenticato e che i bimbi, invece, saranno desiderosi di conoscere.

Osserveranno, stupiti, la donna in costume che, per ravvivare la brace all’interno dell’antico ferro da stiro, farà girare le braccia a mo’ di ruota. O la massaia che sarà impegnata con la “lissìa”, l’antico sistema manuale di lavare i panni che impiegava un’intera giornata per un solo lavaggio. Si sentirà, di certo, qualche ragazzina esclamare, come gli anni precedenti, “meno male non essere nata a quei tempi!”.

Ma il presepe vuole essere anche recupero della “cultura della lentezza”, un momento di riflessione in mezzo allo stress quotidiano. Con calma, allora, si busserà alle altre casette, a quella del falegname, del fabbro e della “massara” impegnata a fare la pasta fresca. Qualcuno di loro ringrazierà della “visita” con un piccolo souvenir, un ricordo tangibile che permetterà, una volta ritornati a casa, di provare che quella realtà da sogno è stata vissuta davvero.

Ma il sogno non è ancora finito. Dopo aver passato in rassegna gli antichi mestieri, infatti, comincia la salita verso il punto più alto della collina, dove si trova la Natività. Scalette in pietra e ponticelli in legno faciliteranno la scalata, resa ancora più piacevole dalle dolci note natalizie che si rincorreranno nell’aria e creeranno la giusta atmosfera per la visita alla Sacra Famiglia. Sarà, poi, il momento della “discesa alla realtà”, non prima di essersi ristorati dalle fatiche presso gli stand degli antichi sapori (pittule, castagne e vino) allestiti lì in cima.

Il tutto sempre sotto l’occhio vigile dei volontari dell’associazione, presieduta da Valerio Marrocco, che, tra l’altro, è continuamente impegnata a rimediare agli atti vandalici (cavi elettrici tagliati e portati via) che si susseguono con frequenza anche qui. Un atteggiamento quello dei ladri di “oro rosso” che nulla ha a che vedere con lo spirito che anima i volontari e, c’è da scommettere, arriverà dritto al cuore dei visitatori.

Roberta Rahinò

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