Alliste, da quel palmento una preziosa “lacrima”

ALLISTE. Oggi è una viuzza poco distante dal centro del paese, su cui si affaccia un imponente edificio dismesso, visibile anche dalla più nota via Vecchia Gallipoli. Ma fino agli anni Ottanta, via Aie ad Alliste era una strada di proprietà privata dove sorgeva il cosiddetto palmento (“parmentu” in dialetto). Il termine ha un etimo incerto: forse si tratta di una forma latina non attestata, in luogo del classico “pavimentum”, con riferimento al pavimento del locale nel quale si pigiavano le uve. Infatti questo avveniva anche ad Alliste: l’edificio ospitava una vasca in calcestruzzo (altrove in mattoni o scavata nella roccia) nella quale l’uva era pigiata con i piedi; il liquido andava a finire in una cisterna, attraverso un canaletto, dove il mosto iniziava a fermentare. Si arrivava così alla produzione della “lacrima”, il mosto spontaneo senza l’uso di additivi chimici. La storia del palmento è antichissima, utilizzato su vasta scala già durante l’età ellenistica; le vicende dell’edificio allistino iniziano negli anni Quaranta e sono legate ai nomi di due proprietari: don Luigi Venneri e poi suo nipote Clemente. Sopravvive oggi la memoria storica della vita che ruotava attorno al palmento. Alcuni ricordano il passaggio dei carri trainati da buoi, lungo quella via, che trasportavano le cosiddette “tineddhe”, vale a dire quelle botti il cui contenuto era destinato ad essere riversato nella vasca in tufo e cemento.

"Si può dare di più" è il tormentone della sua vita. Se solo Morandi, Tozzi e Ruggeri potessero tornare indietro nel tempo, ne verrebbe fuori un bel quartetto! Autocritica, perfezionista, scrupolosa, incontentabile, e chi più ne ha (di sinonimi) più ne metta. Tra un "mea culpa" e l'altro, si è laureata in Lettere a Lecce, nel 2008, e dal 2011 collabora con Piazzasalento.

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