A bordo di “Nave Italia” i confini diventano soglie

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La vita a bordo con l’equipaggio “aggiunto”

Gallipoli. Usare il mare e la navigazione per educare ed aiutare persone che vivono situazioni di disagio ad accrescere la fiducia in se stessi: uno vede questa stupenda barca a vela passare al largo di Punta Pizzo o Torre Suda e favoleggia di ricchezze sfondate, favole dorate, sogni proibiti. E non sa di stare partecipando, in qualche modo, ad una missione quasi sempre vincente, con al centro bambini, ragazzi ed adulti non esattamente fortunati.

E’ capitato a chissà quanti ammirare comunque “Nave Italia”, un brigantino già approdato alle banchine del porto di Gallipoli a fine giugno prima di cominciare a risalire l’Adriatico fino a Trieste; ospite a bordo un gruppo di una cooperativa di Cetraro calabro, provincia di Cosenza, sbarcato su questo versante dello Ionio per fare posto ad un altro gruppo proveniente dall’Istituto “Pegaso” di Foggia. Nel ritorno dal giro d’Italia intitolato “150 anni di solidarietà”, dalla nave sono scesi i ragazzi del “Cefal” di Bologna e dopo due giorni si sono imbarcati i loro quasi coetanei dell’associazione “Fanciullezza” di Milano, destinazione Catania.

La vita del brigantino che fino a quando è stato in mano ad un armatore olandese si chiamava wan fan Makkum, del comandante Massimo Polacci e del suo equipaggio, formato da tre ufficiali, sei sottufficiali e dieci sottocapi e comuni, degli educatori messi a disposizione dalla fondazione “Tender to Nave Italia”, nata nel 2007, è scandita da questi avvicendamenti. Sono carichi umani che vengono e vanno, intrisi di problemi, chiusure, fragilità, violenze che – dopo cinque giorni nel micrcosmo galleggiante – scopre che si può stare insieme, anzi è bello impegnarsi con altri per issare una vela o spazzolare il ponte per ballarci sopra.

Gli obiettivi, gruppo per gruppo, sono fissati al momento della ricezione della domanda con annesso progetto, che viene esaminato ed eventualmente accolto da un comitato scientifico: li possono presentare scuole, associazioni, enti pubblici, tribunali dei minori, cooperative sociali, ospedali. Una volta passato il vaglio, ci sono mesi di preparazione tra addetti della fondazione e gli interlocutori scelti. Poi vi è la vera e propria “scuola del mare”, con le sue regole, i suoi ritmi, i suoi impegni, con la vela gonfia di vento che raffigura il risultato raggiunto  con l’aiuto di tutti. Dopo, altro test per misurare scientificamente cosa ha dato questa esperienza a chi si sentiva già scartato, rinchiuso in un angolo, disabile a tutto. «Quando un ipovedente ha vinto le paure ed è salito sull’albero fino a 45 metri d’altezza, ci ha detto emozionato di aver “visto” un altro mondo” – ricorda il comandante – col vento, i gabbiani… queste sono le nostre soddisfazioni più grandi».

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