Parabita – Per accostarsi all’ultimo libro di Giuseppe Cristaldi (foto), “Gli scuoiati”, bisogna fare esercizio di sottrazione, liberarsi da tutte le sovrastrutture letterarie, da tutte le aspettative, pure legittime all’inizio della lettura di un nuovo testo, provare a restare “senza pelle”, senza alcuna protezione per raggiungere in apnea il centro del dolore per poi cercare una via di risalita.

Un percorso che ha compiuto lo stesso autore (nato a Parabita e da alcuni anni residente in Sardegna), che prima dell’uscita del libro (a luglio scorso) in un post confessava: «È stato un cammino che mi ha provato tanto. Ho voluto scandagliare degli accadimenti che per la loro drammaticità mal si conciliano con manierismi narrativi, artifici strutturali e incidenti di ruolo similari. Per fare ciò ho cercato insistentemente di sottrarmi, venirmi meno, agevolando un metalinguaggio che potesse approssimarsi o quantomeno non fare un torto al silenzio. Il silenzio del dolore». Sottrarsi a sé stesso, rimanere senza protezione, senza pelle, per sentire fino in fondo il dolore “per il genere umano perduto” e avvertire alla fine l’unico sentimento possibile  “pietà per l’animale umano”, quella pietà  che per il Foscolo è l’unica virtù “non usuraia”.

 Nella prima parte  c’è un racconto breve, perché così si presenta,  da leggere tutto d’un fiato. Due parti distinte e complementari, infatti,  compongono il testo dal titolo urticante “Gli scuoiati”, una iniziativa editoriale del Pop, Progetto ottobre in poesia, edizioni PellicanoSardegna, con una copertina altrettanto urticante (Leonarda Catta in una foto di  Gianfranco Jeff Pisoni). “Vitruvia”, è questo il titolo, racconta il dramma di un’infanzia violata, il tentativo di riprendersi gli anni perduti e l’innocenza della fanciullezza a contatto con la “nuova, numerosissima famiglia” i cui componenti si chiamano Virginia Woolf, Friedrich Nietzsche, Pier Paolo Pasolini, Goliarda Sapienza, Grazia Deledda. Questa nuova famiglia, in virtù di un posto di bibliotecaria comunale sotto la protezione dei servizi sociali,  la lettura di autori fino ad allora sconosciuti, ma poi sentiti “a pelle”, potranno costituire la salvezza? Questi nuovi amici,  mai sospettati prima, riusciranno a far dimenticare le onde del mare come artigli, gli uomini neri, una madre complice? Potranno soddisfare la voglia di purificarsi, non soddisfatta da nessun detergente, il bisogno di ricorrere alle unghie per scavare fino in fondo? Domande retoriche con sottesa risposta negativa, ma con uno spiraglio di salvezza nell’unica virtù che può consolare: la pietà per “l’animale umano”, quella pietas che conserva la traccia di una sacralità originaria che sopravvive anche alla violenza.

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 Poi un poemetto dal titolo “Gli scuoiati” La seconda parte è preceduta da “Istruzioni per il disuso”  in cui l’autore invita il lettore a dimenticare quello che leggerà e comunque ad accostarsi alla lettura con gli occhi di un bambino. A tratti alla pietà subentra la rabbia, quasi “furori concreti” per una serie di accadimenti che lo stesso autore invita a non decodificare e non ricordare, ma questo avvertimento non lo consola più di tanto. Si tratta di un lungo monologo interiore, un ininterrotto flusso di coscienza,  “un garbuglio di cose” che Cristaldi non ha voluto dipanare per due motivi: “il primo, per non snaturare l’autenticità di accadimenti inglobati così come sono dalla mia mente bambina; il secondo, paradossale, per dissuadere il lettore da eventuali propositi mnemonici. Vorrei cioè che la durata della lettura corrispondesse a quella della memoria, avere dunque la garanzia che quanto scritto sprofondi nel disuso alla visione dell’ultima parola, ovvero Reato. È un esperimento, unito ad una speranza, la speranza che se non io, qualcuno dimentichi al mio posto”.

Quella sensazione di “reato” Cristaldi spiega subito che “reato” è la sensazione che lo ha investito nel decennio 1990-2000: in rapidi, e a volte arditi accostamenti di persone e situazioni  in uno spericolato funambolismo linguistico, si susseguono riferimenti alla sua vita familiare, a quella del paese (Parabita in particolare, il Salento in generale), le feste patronali si mescolano a ricordi di trasmissioni televisive e di personaggi sportivi, vita personale e cronaca si incalzano fino a far restare il lettore senza fiato. E forse alla fine, senza memoria, con la sensazione netta, però, che è valsa la pena ripercorrere un cammino così accidentato se la salvezza e la speranza sono riposte in  una nuova vita: “È nata, Giusé, la tua storia pesa niente, meno ancora il reato…” .  Così la storia di tutti se si ha il coraggio di usare le unghie.

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