Gallipoli – “La chiesa di San Pietro dei Samari, una delle più significative fondazioni italo-greche che caratterizzavano, sin dal XII secolo, il territorio di Gallipoli, versa oggi nel più totale degrado e abbandono, e la condizione di precarietà in cui versa la struttura costituisce anche un serio pericolo per la sicurezza pubblica”: la denuncia, appassionata, viene da uno studioso fresco di laurea proprio con una tesi sulla chiesetta che si intuisce per quegli scorci che appaiono tra una imbracatura e l’altra. Il dottor Andrea Vaglio, di Sannicola, avendo dovuto studiare da vicino il monumento, ne è rimasto evidentemente scosso: “L’esterno, rimaneggiato da interventi successivi che ne hanno fortemente modificato e alterato la forma originaria, ha subito diversi crolli, in particolare nella parete meridionale, proprio tra le due
cupole che sormontano l’unica navata. A nulla è valso, anni fa, nemmeno il tentativo di coinvolgere il Ministero dei Beni cultuali: San Pietro
dei Samari si sta letteralmente sbriciolando nell’indifferenza generale. Una condizione di assoluta trascuratezza alla quale bisogna ricondurre anche i lavori di messa in sicurezza realizzati nel 2009 a spese dei proprietari dell’immobile, dopo le ripetute sollecitazioni della Soprintendenza: una serie di ponteggi funzionali alla messa in opera di una copertura in lamiere metalliche che avrebbero dovuto essere provvisorie”.

Il costante impegno e i magri risultati di Italia Nostra Sono state numerose e ripetute le iniziative preso per cercare di attirare la necessaria attenzione pubblica sulla chiesetta. Ne sa qualcosa Italia che col suo presidente storico, Marcello Seclì, ci prova da quando ancora le Province avevano un qualche potere: “Ricordo che col presidente Giovanni Pellegrino cercammo di fare qualcosa di importante, poi lui finì, la Provincia pure…”. Intenzioni di Italia Nostra confermate anche negli anni successivi: “Adesso la situazione è ancora quella degli anni andati, non interessa a nessuno sembra, non ci sono interlocutori attenti né in Comune né altrove”, è la conclusione. Che non sta bene a tanti, neanche al dottor Vaglio: “Lo scenario che si presenta oggi agli occhi del visitatore è assai malinconico e deprimente: le pietre “lavorate” giacciono disseminate e solitarie; alle spalle, vegetazione e incuria avvolgono l’abside e le stalle; anteriormente, sopravvivono il piccolo campanile e, in parte, la torre; all’interno, la sensazione che si avverte, immediata, è quella di un vero e proprio pugno nello stomaco: la navata, ferita, è completamente abbandonata a se stessa, profonde crepe si aprono nelle cupole, e anche le residue tracce di affreschi ancora visibili rischiano di scomparire”.

“Un luogo bello e misterioso vicino all’epilogo” La chiesa sembra servire ormai solo come “un semplice e malinconico punto di riferimento per raggiungere magari le numerose strutture ricettive della zona”. “Un tristissimo epilogo – prefigura lo studioso – per un gioiello architettonico che rappresenta un “unicum” nel Salento, un capolavoro dell’arte medievale pugliese che andrebbe salvato e difeso. Perché incuria e indifferenza non dovrebbero prevalere sul grido, disperato, di soccorso. E perché lo imporrebbe la coscienza storica e culturale del nostro territorio, l’amore per uno dei luoghi più belli e misteriosi del nostro Salento”.

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